Il corpo emette luce: cosa ci raccontano i biofotoni sulla vita, il metabolismo e l’adattamento “Dai mitocondri allo stress ossidativo: cosa sappiamo davvero dell’Ultraweak Photon Emission e cosa resta ancora da dimostrare.”
Siamo abituati a pensare al corpo come materia. Muscoli, fascia, ossa, acqua, cellule. Ma il corpo vivente non è materia statica. Scambia continuamente energia, informazioni e segnali con ciò che lo circonda.
E oggi sappiamo qualcosa di ancora più affascinante: le cellule viventi emettono anche fotoni.
Una quantità di luce estremamente piccola, impossibile da vedere a occhio nudo, ma sufficientemente reale da poter essere misurata con strumenti altamente sensibili.
Si parla di Ultraweak Photon Emission – UPE, spesso chiamata anche emissione di biofotoni.
E una ricerca pubblicata nel 2025 ha prodotto un’immagine particolarmente suggestiva di questo fenomeno.
QUANDO LA VITA “SI VEDE”
Un gruppo di ricercatori della University of Calgary ha utilizzato camere CCD ed EMCCD estremamente sensibili per osservare l’emissione ultra-debole di fotoni proveniente da organismi viventi.
Nell’esperimento quattro topi anestetizzati sono stati collocati in una camera completamente buia. La fotocamera ha registrato qualcosa che i nostri occhi non potrebbero mai vedere: una debolissima emissione di fotoni proveniente dal corpo degli animali.
Nelle immagini il profilo del topo appare quasi illuminato. Alla fine dell’esperimento gli animali sono stati soppressi e nuovamente osservati nelle stesse condizioni. Il contrasto è stato impressionante.
Dopo la morte l’emissione si riduceva drasticamente, avvicinandosi al rumore di fondo. Non significa che gli scienziati abbiano fotografato un’“aura”. E non significa nemmeno che abbiano dimostrato l’esistenza di un misterioso campo energetico.
Hanno misurato qualcosa di molto concreto:
processi biochimici caratteristici della materia vivente possono produrre fotoni.
DA DOVE ARRIVA QUESTA LUCE?
Per comprenderlo dobbiamo entrare nella cellula. E soprattutto nei mitocondri.
I mitocondri non sono semplicemente le “centrali energetiche” della cellula. Sono strutture estremamente dinamiche coinvolte nella produzione energetica, nel metabolismo, nella regolazione redox e nella risposta allo stress. Durante il metabolismo aerobico utilizziamo ossigeno per trasformare i nutrienti e produrre energia.
Durante questi processi vengono generate anche specie reattive dell’ossigeno:
ROS – Reactive Oxygen Species.
I ROS non sono necessariamente qualcosa di negativo. A concentrazioni fisiologiche partecipano alla comunicazione cellulare e ai processi di adattamento.
Quando però la loro produzione supera la capacità antiossidante del sistema, possiamo entrare in una condizione di stress ossidativo. Ed è proprio all’interno di queste reazioni ossidative che possono formarsi molecole in uno stato elettronico eccitato.
Quando ritornano a uno stato energetico più stabile, una parte dell’energia può essere liberata sotto forma di: fotoni. Si tratta di una sorta di piccolissima firma luminosa del metabolismo cellulare.
NON È BIOLUMINESCENZA
Qui è importante fare una distinzione. Quando vediamo una lucciola o alcuni organismi marini illuminarsi, parliamo di bioluminescenza. L’Ultraweak Photon Emission è completamente diversa. La sua intensità è enormemente inferiore.
Le emissioni biologiche ultra-deboli studiate sperimentalmente possono collocarsi indicativamente nell’ordine di poche unità fino a centinaia di fotoni per cm² al secondo in condizioni metaboliche normali, aumentando anche durante condizioni di stress ossidativo.
Possono inoltre interessare un ampio intervallo dello spettro elettromagnetico. Noi non possiamo vederle. Servono fotomoltiplicatori o camere estremamente sensibili per rilevarle.
QUANDO IL SISTEMA È SOTTO STRESS, CAMBIA ANCHE LA SUA EMISSIONE
Questo è forse l’aspetto che trovo più interessante. L’emissione di fotoni non sembra essere semplicemente un interruttore:
vivo = luce
morto = nessuna luce.
La situazione è molto più dinamica. L’intensità dell’Ultraweak Photon Emission può modificarsi insieme allo stato metabolico e ossidativo del tessuto.
Nello stesso studio sui topi, i ricercatori hanno osservato anche delle piante. Quando le foglie venivano lesionate, l’emissione fotonica aumentava nella regione interessata. Anche l’aumento della temperatura modificava l’emissione.
In altre parole: quando cambia lo stato biologico del sistema, può cambiare anche il suo segnale fotonico.
Questo apre una prospettiva estremamente interessante. Non tanto perché il corpo “brilla”.
Perché quella piccolissima emissione potrebbe diventare una finestra non invasiva sui processi metabolici e sullo stress cellulare.
IL CORPO NON È MAI FERMO
Questo concetto mi interessa particolarmente anche quando parliamo di movimento. Perché ci ricorda ancora una volta qualcosa che spesso dimentichiamo: un organismo vivente non è una struttura meccanica.
È un sistema biologico continuamente impegnato a:
percepire → rispondere → regolare → adattarsi.
Quando ci muoviamo, quando respiriamo, quando sottoponiamo un tessuto a un carico meccanico, quando recuperiamo dopo uno sforzo, milioni di cellule stanno modificando la propria attività.
Cambiano il metabolismo.
Cambiano i segnali redox.
Cambiano l’attività mitocondriale.
Cambiano l’espressione genica.
Cambiano le interazioni con la matrice extracellulare.
Il movimento è quindi molto più di uno spostamento nello spazio. È uno stimolo biologico.
Ed è proprio per questo che nel Neuro Myofascial Training mi interessa sempre meno osservare soltanto quanto un corpo si muove. Mi interessa invece capire come percepisce lo stimolo, come lo integra e come riesce ad adattarsi.
E LA FASCIA?
Qui dobbiamo essere scientificamente molto precisi. Non possiamo affermare, sulla base di questi studi, che “la fascia comunica attraverso i biofotoni”.
Al momento non abbiamo evidenze sufficienti per dirlo. Possiamo però fare una riflessione interessante.
La fascia e la matrice extracellulare costituiscono l’ambiente nel quale le cellule vivono, percepiscono forze meccaniche e modificano il proprio comportamento.
Attraverso la meccanotrasduzione, uno stimolo meccanico può essere trasformato in una risposta biochimica cellulare. Integrine, citoscheletro, matrice extracellulare, canali ionici e numerose vie di signalling partecipano continuamente a questa relazione tra ambiente meccanico e biologia cellulare.
Parallelamente sappiamo che il metabolismo cellulare e lo stato ossidativo possono produrre emissioni fotoniche ultra-deboli. Sono fenomeni differenti.
Entrambi però ci portano nella stessa direzione: il tessuto vivente non è passivo.
Percepisce.
Trasforma.
Comunica.
Risponde.
Si adatta.
LE CELLULE POTREBBERO COMUNICARE ANCHE ATTRAVERSO LA LUCE?
Qui arriviamo alla parte più affascinante — e anche più controversa. Una domanda accompagna questo campo di ricerca da quasi un secolo: i fotoni sono semplicemente un sottoprodotto del metabolismo oppure possono avere anche una funzione biologica?
Già negli anni Venti Alexander Gurwitsch ipotizzò che cellule vegetali potessero influenzarsi attraverso radiazioni estremamente deboli. Negli anni successivi sono stati condotti diversi esperimenti sulla possibilità di una comunicazione fotonica tra cellule.
Alcuni risultati sono interessanti. Ma la riproducibilità non è ancora sufficiente per poter affermare che esista un vero sistema di comunicazione cellulare basato sui biofotoni. Ed è importante dirlo.
L’emissione di biofotoni è documentata.
La comunicazione cellulare attraverso biofotoni rimane invece un’ipotesi da verificare.
Allo stesso modo, non esistono prove solide che queste emissioni costituiscano un campo luminoso coerente simile a un laser o che possano essere identificate con il concetto di “aura”. Le revisioni critiche sottolineano che la UPE è sperimentalmente consolidata, mentre le interpretazioni sulla coerenza quantistica rimangono non dimostrate.
Questa distinzione non rende l’argomento meno interessante. Lo rende anzi scientificamente più interessante.
UNA POSSIBILE FINESTRA SULLA SALUTE
Se l’emissione fotonica riflette almeno in parte metabolismo e stress ossidativo, possiamo immaginare perché diversi gruppi di ricerca stiano cercando di utilizzarla come biomarcatore.
Alterazioni dello stress ossidativo e della funzione mitocondriale sono coinvolte in moltissimi processi patologici. Per questo la ricerca sta esplorando la UPE come possibile strumento per osservare in maniera non invasiva lo stato fisiologico dei tessuti. Siamo però ancora in una fase sperimentale.
Non significa che domani potremo fotografare una persona e diagnosticare una malattia osservando la sua “luce”. Anzi, il segnale è talmente debole che la sua applicazione clinica presenta ancora enormi difficoltà tecniche.
FORSE DOBBIAMO CAMBIARE IL MODO IN CUI GUARDIAMO IL CORPO
Per me il messaggio più interessante di queste ricerche non è: “il corpo emette luce”. È qualcosa di più profondo.
Il corpo vivente è un sistema nel quale meccanica, chimica, elettricità, metabolismo e informazione biologica convivono continuamente. Noi separiamo questi fenomeni per poterli studiare. Il corpo no.
Quando alleniamo una persona non stiamo semplicemente muovendo articolazioni o contraendo muscoli. Stiamo offrendo informazioni a un sistema vivente.
Un sistema che percepisce lo stimolo, lo interpreta e decide come adattarsi. Ed è forse questa una delle sfide più interessanti del movimento del futuro: smettere di allenare soltanto la struttura e iniziare a comprendere sempre meglio il sistema.
Ester Albini


